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domenica 26 luglio 2009

Arcigay risponde a Franceschini su coppie gay


ARCIGAY: PER FORTUNA COS’E’ FAMIGLIA NON LO DECIDE FRANCESCHINI

Sulle adozioni ai gay le solite aff
ermazioni di chi non conosce il Paese.
Apprendiamo dal sito Internet de l’Unità che Dario Franceschini, candidato alla segreteria del Pd e attuale responsabile del partito, ritiene le coppie di fatto non una famiglia, cui vanno riconosciuti diritti. Per fortuna cosa sia famiglia non lo decide Franceschini, ma l’esperienza concreta di milioni di cittadini italiani, che subiscono una continua cascata di parole al vento, senza che la politica faccia nulla di concreto in materia di riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali ed eterosessuali. Inutile probabilmente per l’ennesima volta rammentare che gli esponenti politici dovrebbero studiare bene la materia, conoscere la legislazione italiana, quella degli altri paesi, i Trattati e le Risoluzioni europee. Anche un minimo d’infarinatura di nozioni di sociologia non guasterebbe. Per quanto riguarda il tema delle adozioni ripetiamo che bisogna partire dalla constatazione di fatto che le persone omosessuali sono già genitori (circa 100mila bambini in Italia hanno genitori gay e lesbiche), quindi, invece di partire dalle adozioni, vanno date risposte sull’assenza di diritti dei minori figli di persone omosessuali. Rimane la sensazione che i politici italiani siano obbligati ciclicamente ad affrontare la questione omosessuale non avendo la ben minima preparazione in materia, grogiolandosi in un’ignoranza offensiva per la vita di tante persone cui è negato il diritto fondamentale alla dignità e alla parità di cittadinanza. Per quante dichiarazioni si possano fare, per noi rimane fermo l’obiettivo del pieno riconoscimento degli amori lgbt, che implica l’accesso al matrimonio civile, alle adozioni, a tutti i diritti e doveri previsti per le persone eterosessuali. Di questo chiediamo conto a tutti i partiti, senza sconti, né facendoci distrarre da evanescenti dichiarazioni.

Aurelio Mancuso presidente nazionale Arcigay

sabato 25 luglio 2009

Radicali: Interrogazione su Drag Queen Arrestata

DRAG QUEEN RINCHIUSA IN CELLA PER 17 ORE A SASSARI, TRA OFFESE, INGIURIE E DEGRADO, POI CACCIATA CON FOGLIO DI VIA. INTERROGAZIONE DEI DEPUTATI RADICALI – PD.

Roma, 24 luglio 2009

“La scorsa settimana un ragazzo incensurato, che fa spettacoli in Drag Queen, è stato fermato a Sassari e rinchiuso in una cella della Questura per 17 ore. Il tutto è avvenuto tra offese e degrado. Dopo 17 ore di fermo gli è stato dato un ‘foglio di via’. Di seguito il testo dell’interrogazione parlamentare depositata oggi dai deputati radicali – pd, prima firmataria Rita Bernardini

Al Ministro delgi Interni; Al Ministro della Giustizia; Al Ministro per le Pari Opportunità

Per sapere – premesso che:

la notte tra mercoledì 15 e giovedì 16 luglio 2009, il signor Michele Cicogna di Prato, persona che svolge spettacoli in alcuni locali come ‘Drag Queen’, è stato fermato dalla Polizia in una zona periferica della città di Sassari mentre si trovava all’interno della sua auto in attesa di un amico che abita poco distante;



Michele Cicogna, che doveva recarsi in alcuni locali per concordare i dettagli di alcune presenze relative alla sua attività artisitica, era truccato e vestito con abiti femminili; gli agenti di Polizia che stavano svolgendo un’azione finalizzata al contrasto del fenomeno dello sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazine clandestina hanno invitato il Signor Cicogna a seguirli in Questura per alcuni minuti;

In Questura al Signor Cicogna è stato tolto il telefonino, gli sono state prese le impronte digitali, è stato rinchiuso in una cella insieme ad alcune persone straniere, presumibilmente fermate per prostituzione; nella cella v’erano strutture in cemento, senza brandine con l’aria irrespirabile per un bagno confinante da un separè, utilizzato da tutte le persone rinchiuse nella cella;



per tutta la durata del fermo il Signor Cicogna, sarebbe stato ripetutamente offeso con frasi e battute offensive sulla sua condizione; alla sua richiesta di poter avere dell’acqua gli sarebbe stato risposto che non si trovava in un agriturismo; solo alle ore 7 del mattino, una cittadina straniera gli avrebbe dato un euro per poter acquistare una bottiglietta di acqua presso la macchinetta distributrice;

Quando alle ore 16 circa è giunto negli uffici il Questore gli è stato consegnato un ‘foglio di via’, con sopra scritto che il Signor Cicogna per tre anni non potrà entrare nel Comune di Sassari; alle ore 18, dopo oltre 17 ore di fermo, il Signor Cicogna ha potuto lasciare gli uffici della Questura;

Per sapere:

- in base a quali elementi investigativi e di pericolosità il Signor Cicogna è stato fermato e trattenuto per circa 17 ore in Questura e rinchiuso in cella insieme a persone straniere;

- se il fenomeno delle offese e delle denigrazioni nei confronti delle persone fermate, indipendentemente dall’orientamento e condizione sessuale, è diffuso e nel caso se tale fenomeno è adeguatamente contrastato anche tra coloro che operano nell’ambito delle iniziative di polizia di contrasto dell’illegalità e della lotta allo sfruttamento della prostituzione;

- quale nesso ravvisano i Ministri riguardo l’episodio descritto in premessa e quanto scritto nel Foglio di Via redatto dal Questore di Sassari nei confronti del Signor Michele Cicogna relativamente all’iniziativa finalizzata ‘al contrasto del fenomeno dello sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina’;

- se non ritenga il Governo che questo fenomeno si inquadri in uno dei tanti episodi di omofobia che avvengono sempre più nel nostro paese;

I deputati:

Rita Bernardini

Marco Beltrandi

Maria Antonietta Farina Coscioni

Matteo Mecacci

Maurizio Turco

Elisabetta Zamparutti

PD: Ecco la Mozione Marino

Unioni civili, lotta all'omofobia e legge sull'omogeniorialità
giovedì 23 luglio 2009 - Da Il Foglio e Gaynews


Pubblichiamo ampi stralci della mozione con cui questo pomeriggio il senatore Ignazio Marino presenterà la sua candidatura alla guida del Partito democratico

Un partito che abbia un assetto federale, riconosca l’autonomia dei territori e dei circoli e la sostenga con le risorse adeguate.

Un partito che abbia una linea verticale a doppio senso, dalla base dei suoi iscritti alle figure di riferimento politico nazionale, e conosca anche una dimensione orizzontale, di scambio e collaborazione tra i territori, i circoli, le amministrazioni locali, condividendo le buone pratiche.
Non gerarchie, insomma, ma rapporti e relazioni.

Un partito che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo e da quello che vuole per il Paese, non in base alla convenienza elettorale o al mero esercizio politicista di cui abbiamo fin troppi esempi in questi anni.

Un partito che sia ancora convinto che è necessario aprire un lungo ciclo riformista in Italia, e che intenda stabilizzare il bipolarismo.

Il credito e la finanza sono fondamentali per la crescita perché la finanza serve ad allocare il capitale alle imprese, che sono al centro del mondo produttivo. Non serve condannare la finanza tout court: la finanza serve e va regolata in modo da evitare tanto comportamenti eccessivamente rischiosi quanto l’allocazione di risorse a esclusivo vantaggio di coloro che godono di conflitti di interesse e rendite di posizione. Anche il settore finanziario soffre di concorrenza ridotta e andrebbe sbloccato per creare maggiore imprenditorialità. Bisogna spezzare il legame fra credito e politica ed essere implacabili con la trasparenza.

Crisi ed economia

Regolare e garantire uno sviluppo etico e sostenibile da un punto di vista ambientale, sociale ed occupazionale.

Promuovere un modello economico-sociale innovativo e credibile, con al centro la persona, capace di rompere le rendite di posizione e entrare in sintonia con la vitalità della società: liberalizzazioni, concorrenza, politiche industriali e una visione che leghi lo sviluppo alle energie rinnovabili, le scienze della vita e della salute.

Stabilizzare il sistema finanziario, spezzando il legame fra credito e politica, correggendo gli squilibri economici, annullando l’asimmetria del potere tra istituzioni finanziarie e cittadini, garantendo accesso, trasparenza e controllo.

Operare affinché l’Italia si riappropri di una piena coscienza del proprio ruolo di grande paese industriale, delle eccellenze che esprime e dell'importanza del Made in Italy.

Perseguire la crescita della produttività agricola e la salvaguardia della redditività e delle produzioni. Promuovere i prodotti a Denominazione di Origine Protetta (DOP) e ad Indicazione Geografica Protetta (IGP) e difendere in modo più aggressivo la produzione nazionale dai crescenti fenomeni di contraffazione.

Rispondere alle difficoltà di imprese e persone non solo reagendo alle emergenze ma investendo sui tempi lunghi (scuola, università, ricerca, green economy, grandi investimenti) e in una cornice internazionale.

Un patto tra generazioni per un partito del lavoro

Restituire dignità e valore al lavoro, valorizzando meriti e talenti e realizzando politiche di piena e buona occupazione, che superino le differenze tra nord e sud e di genere.

Dare maggiori garanzie ai lavoratori, abbassare i costi contrattuali delle imprese, fare ricorso alla flessibilità intesa non come precarietà, ma come possibilità di arricchimento personale e professionale, in un percorso di vita che consenta tanto l’investimento sulla propria professionalità che la garanzia di una protezione nei momenti di debolezza e di rischio.

Istituire un contratto individuale di lavoro unico, a tempo indeterminato (salvo specifiche eccezioni, legate per esempio alla stagionalità di taluni mestieri), con salario minimo garantito e reddito minimo di solidarietà a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro.

Trasformare la formazione continua – la cui erogazione va incentivata e supportata attraverso specifiche agevolazioni – in vero e proprio diritto della persona e lavoratore.

Destinare il risparmio generato dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne imposto dall’Unione Europea ad interventi che ci aiutino a sostenere il percorso delle donne verso la parità con gli uomini nel lavoro: sgravi fiscali, telelavoro, part-time verticale, ingressi flessibili, job sarin. Introdurre il congedo dopo parto diviso obbligatoriamente alla pari tra il padre e la madre. Congedi parentali per i nonni.

Costruire un mondo del lavoro più aperto e meno corporativo, agevolare l’accesso alle professioni, migliorando la competitività e la trasparenza delle tariffe, riformando il funzionamento degli ordini professionali.

Comunicazione e informazione

Risolvere il conflitto di interessi.

Garantire un’informazione libera e plurale.

Regolare il mercato televisivo e (soprattutto) le reti: concorrenza, libertà, pluralismo.

Garantire ovunque l’accesso alla rete attraverso la banda larga, possibilmente gratuito.

Garantire la libertà delle nuove forme di espressione in rete.

La salute di tutti

Rimettere al centro del sistema sanitario la persona, che deve poter influire sulle decisioni prese a tutti i livelli e che deve essere protagonista di politiche di prevenzione e promozione di stili di vita corretti.

Riequilibrare e riqualificare la rete dei servizi di assistenza ospedaliera ed extraospedaliera: poli di alta specializzazione, centri di eccellenza, riconversione degli ospedali minori, assistenza fornita da strutture territoriali.

Riorganizzare il lavoro dei medici di famiglia in cooperative o studi associati, in modo da assicurare l’assistenza di base e il primo soccorso.

Rilanciare gli investimenti nei settori dell’edilizia sanitaria, delle tecnologie diagnostiche e terapeutiche e di quelle informatiche e telematiche.

Assicurare la sostenibilità economica del sistema e della ricerca biomedica, con un federalismo sanitario che garantisca le regioni più deboli, integrando le programmazioni nazionale e regionali e garantendo l’omogeneità nazionale e i Livelli Essenziali di Assistenza.

Integrare virtuosamente pubblico e privato, in particolare quello che fa riferimento al non profit e al volontariato: pubblico e privato devono avere pari dignità, assolvere agli stessi compiti nell’interesse dei malati, seguire le stesse regole ed essere sottoposti ai medesimi controlli e verifiche.

Creare, attraverso un’Agenzia indipendente, un sistema di valutazione dei trattamenti sanitari e di riconoscimento del merito degli operatori, basato non solo sulla produttività ma incentrato sull'efficienza e la qualità delle cure.

Ridefinire i criteri di selezione degli amministratori e dei professionisti ai quali affidare un ruolo direttivo nelle strutture sanitarie: l'abitudine delle segnalazioni politiche va sostituita con regole trasparenti e non aggirabili.

Riaffermare il principio di garanzia della dignità della persona durante tutte le fasi della vita, incluse quelle terminali, con il rispetto del diritto all’autodeterminazione in materia di cure mediche.

Una nuova politica, una nuova amministrazione

Riformare la legge elettorale in senso maggioritario e uninominale.

Superare il bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in Camera delle Regioni.

Ridurre il numero di parlamentari ed eletti a tutti i livelli e semplificare il sistema delle autonomie locali, per ridurre i costi della politica e dell’amministrazione.

Promuovere un nuovo e più deciso assetto federale, con maggiore distribuzione di risorse ai comuni, rafforzamento della “premialità” per gli enti virtuosi, la responsabilizzazione delle sedi politiche locali.

Sfruttare le economie dell’integrazione territoriale, favorendo la cooperazione fra comuni su un’ampia gamma di politiche locali – ambientali, sociali, economiche, culturali, infrastrutturali – con l’obiettivo di fare del territorio metropolitano uno spazio delle opportunità sempre più ricco e a disposizione dei cittadini.

Innovare la pubblica amministrazione: servizi telematici, uffici unici, autocertificazione, sistema di regole in cui il dirigente pubblico sia garante.

Promuovere una cultura dei risultati e della valutazione, cominciando dal programmare selezioni uniche per l’accesso alla PA che premino i più meritevoli.

Creare un motore di ricerca dedicato ai servizi e alle Pubbliche Amministrazioni, che permetta di conoscere anche online ogni sovvenzione, commessa e finanziamento pubblico dai diversi livelli di governo.

Laicità e diritti

Introdurre una norma antidiscriminatoria che preveda una percentuale minima di genere del 40% nelle Istituzioni e nei Consigli di Amministrazione.

Approvazione della Legge sul Testamento Biologico

Legge sulle unioni civili, sulla falsariga di quella britannica

Legge sull’omofobia

Legge sull’omogenitorialità

venerdì 10 luglio 2009

Arcigay senza una Rotta

Viaggio alle origini del cavallino alato, parla Beppe Ramina: "Arcigay senza una rotta"


Intervista a Beppe Ramina sul BLOG:OMOIOS

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Il futuro di Arcigay (la più grande associazione nazionale a tutela di gay, lesbiche e trans) sta diventando un cruccio per molti: già in passato vi ho segnalato il moltiplicarsi di attacchi all'indirizzo del cavallino alato, e anche da queste pagine quando necessario non abbiamo risparmiato critiche. La rete è diventato il luogo privilegiato in cui questo dibattito si articola, attraverso nchieste, interviste, punti di vista. Non tutto, diciamocelo, svolto sempre con correttezza ed equilibrio. Eppure il tema merita serietà, perchè, come suggerisce la lettura di Max Forte, la tensione, in realtà, non è circoscritta alle quattro mura dell'associazione ma al contrario convolge il mondo dei partiti. E questo, dice Forte, sarebbe il motivo per cui tutte queste discussioni avvengono su canali che comunicano verso l'esterno. Tempo fa sono stato raggiunto da un invito di Gaynews24 per un'inchiesta in rete tra i diversi blog: ognuno un contributo, una voce. Ringrazio i ragazzi di Gaynews24 per la bella iniziativa alla quale ho scelto di contribuire con un'intervista a Beppe Ramina, socio fondatore del Cassero (una delle più antiche roccaforti del movimento lgbt, ora comitato provinciale Arcigay) e primo presidente nazionale Arcigay. La sua prospettiva "di lungo raggio" credo possa suggerirci spunti interessanti per il nostro dibattito. Buona lettura.

Dal giorno della sua fondazione Arcigay ha percorso un cammino lungo che inevitabilmente ne ha modificato, negli anni, il ruolo, la fisionomia, gli obbiettivi. Molto di questo cambiamento può essere letto come crescita, cioè naturale evoluzione, ma qualcosa è anche frutto di cambi di rotta o deliberate scelte di campo. Ramina, lei è stato il primo, nel 1984, a ricoprire il ruolo di presidente nazionale. Intanto, quali erano le vostre intenzioni quando avete fondato ArciGay?

«Nel 1980 don Marco Bisceglia, sacerdote del dissenso cattolico, gay, scomparso otto anni fa, creò Arci Gay. Successivamente Marco propose al circolo XXVIII Giugno di Bologna, che nel 1982 aveva conquistato la sede del Cassero di Porta Saragozza, di rilanciare quel progetto. La nostra idea era molto semplice: utilizzare la rete dell’Arci, fatta anche di sedi e disponibilità economiche, per dare solidità materiale ai collettivi delle varie città che in quegli anni nascevano e poi morivano con grande rapidità; inoltre, ci sembrava utile entrare in relazione stretta con una grande associazione della sinistra aperta e disponibile a confrontarsi con le nostre tematiche. Non ci interessava modificare il nostro punto di vista né i nostri modi di essere, ma contaminare quello dei nostri interlocutori spingendoli a schierarsi. Gli aspetti formali avevano ben poco peso; basti pensare che nei primi anni anche il circolo Mario Mieli di Roma, che non aderì mai ad Arci Gay, fece parte della segreteria nazionale dell’associazione e che il Cassero, dove era la sede nazionale, si affiliò ad ArciGay solo dopo alcuni anni».

Quanto la trova diversa oggi da allora? C'è qualcosa del progetto originario che lei ritiene sia andato perso o qualcos'altro che è rimasto e che ora risulta assolutamente obsoleto?

«Sono cambiate tante cose, è cambiata anche ArciGay. Meglio discutere di ciò che serve ora, a partire dal riconoscimento che l'associazionismo e l'attivismo glbtq oggi è molto più articolato. Nella mia città, Bologna, ci sono numerosi gruppi gay, lesbici, di identità transessuale, queer. ArciGay è ancora l'associazione più larga e nota a livello nazionale, ma non è più la sola. Occorrerebbe lavorare nella direzione di dar vita ad una federazione tra più realtà, con meno attenzione alla forma e dando più peso alla sostanza, valorizzando ciò su cui si concorda. Ma ci sono diffidenze dall'una e dalle altre parti che sono di ostacolo a questa ipotesi».

Alcuni anni fa l'associazione è passata attraverso una profonda trasformazione statutaria che ne ha modificato gli assetti. Quali sono stati secondo lei, ora che è trascorso un po' di tempo, i benefici e gli svantaggi di quella riforma?

«Quella “riforma” è stata uno dei motivi per i quali, dopo anni di distacco da ArciGay, sono tornato ad occuparmene per un breve periodo. Nel nuovo statuto, infatti, si prevede la creazione di comitati provinciali la cui struttura, in modo bizzarro e pasticciato, coincide con il circolo locale. E poiché, come si scrive all'articolo 4,Arcigay è una associazione nazionale articolata in Comitati provinciali” ne deriva uno spettacolare rivolgimento della struttura che da federativa diventa centralistica. Per statuto, se il Cassero con un'assemblea dei soci decidesse di uscire da ArciGay potrebbe venire commissariato, verrebbe indetto un nuovo congresso e il nuovo gruppo dirigente eletto tra chi vuol continuare ad aderire ad ArciGay sarebbe titolare anche della struttura e dei beni del Cassero, anche se la grande maggioranza di chi gli ha dato e gli dà vita fosse di tutt’altro avviso. Chi vuole rassicurare, sostiene che è una possibilità solo teorica, ma politicamente inesistente. Non è teorica: sta scritta nello statuto. Lo trovo inaccettabile, non solo per il Cassero, ma per ogni circolo/comitato provinciale. Trovo molto significativo – in negativo - che sia stato proposto e approvato uno statuto di questo tipo. Un fatto inaccettabile».

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Dentro Arcigay convivono da sempre due anime: il circuito dei circoli ricreativi da una parte, quello dei circoli politici dall'altra. Secondo lei questa doppia identità è una zavorra per Arcigay e se sì come liberarsene?

«Non si tratta di una zavorra, è parte integrante di ArciGay così come è venuta a costituirsi negli anni. Trovo che, in una fase pionieristica, quella di affiliare circoli commerciali sia stata una scelta opportuna, che ha sostenuto la nascita di spazi di socialità e offerto opportunità di lavoro a molte persone gay, transessuali, lesbiche. Oggi può anche essere considerata una scelta da ripensare, ma non è questo che determina la politica di ArciGay: il circuito commerciale, al di là di una manciata di voti da spendere al congresso nazionale, non ha peso politico né intende averne».

Arcigay viene accusata dall'ala antagonista del movimento di essersi "contaminata" in fretta con i partiti, nel senso di aver creato un percorso quasi obbligato tra la gerarchia dell'associazione e quella delle formazioni politiche, al punto da far sembrare la prima anticamera dell'altra. In una recente intervista il presidente Aurelio Mancuso ha ammesso che Arcigay ha sbagliato a fidarsi della politica. Lei è d'accordo, è questo il peccato originale?

«In breve tempo il rapporto con i partiti si è rovesciato e spesso l'associazionismo glbtq, anziché cercare di contaminarne le culture e le scelte, le ha subite, è stato contaminato. Questo è stato uno degli errori di fondo, non solo di ArciGay. Chi ha incarichi in un'associazione, specie quelli di maggiore responsabilità, non dovrebbe avere tessere in tasca, dovrebbe rispondere solo ai propri soci. Al di là del rapporto con i partiti, mi pare che sia l’adozione stessa di categorie politiche a indebolire l’energia che avrebbe il pieno dispiegarsi del discorso delle sessualità dei generi, delle omosessualità, del nomadismo identitario. Penso che all'origine della debolezza di visione ci sia qualcosa che affonda nella cultura, che ha a che fare con l'introiezione del pregiudizio omofobiico. Da qui un'idea minoritaria di noi stessi, come comunità di persone e come singoli individui; la convinzione, declinata in vari modi, di essere una minoranza e non una parte della società. Agisce altrettanto negativamente la radicata ed estesa convinzione che esistano per davvero persone eterosessuali e persone omosessuali – e che non siano costruzioni sociali - e che il nomadismo erotico e affettivo non sia l'orizzonte di riferimento. Infine, la percezione diffusa di essere vittime e non protagonisti. È vero, l'omofobia è pesante è attiva, ma le minacce e le botte non ci piegano più al silenzio, ci ribelliamo, ci opponiamo, non siamo più vittime. Come ricordano gli attivisti del Pink di Verona, abbiamo alzato la testa. Ora siamo protagonisti della storia».

Arcigay si trova a dover fare i conti con il bilancio assolutamente insoddisfacente delle conquiste di questi anni. Parliamo dei Pacs: contro quale muro andò a sbattere secondo lei quella battaglia? Fu solo un problema di ingerenze del Vaticano nella politica, come spesso si dice, o c'è dell'altro? Non sarebbe stato meglio scommettere dall'inizio direttamente sui matrimoni?

«Le premetto che non sono d'accordo con chi pensa che i successi a livello istituzionale siano la misura della nostra forza e del nostro benessere. Nel momento in cui siamo protagonisti della nostra vita e della nostra storia abbiamo già ottenuto la sostanza di ciò che ci serve: la mia serenità e la mia libertà, anche di lottare, non dipendono dalle concessioni dello Stato o del Vaticano, ma dal darmi valore e agire in autonomia. Comunque, voglio rispondere alla sua domanda. Per alcuni anni in Italia è sembrato che una forma di riconoscimento, simile ai Pacs francesi, potesse concretizzarsi e l'ultimo governo Prodi aveva alimentato qualche speranza in più. Credo sia stato opportuno che il Parlamento abbia lavorato in quella direzione fino a quando c'è stata una possibilità di successo. Ma quello della mediazione è lavoro dei parlamentari, che ne hanno titolarità, non spetta a noi. La parte di associazionismo e movimento interessata ad un riconoscimento giuridico avrebbe forse dovuto, in autonomia, insistere sulla piena uguaglianza e sul matrimonio».

La rete Lenford - una formazione di avvocati impegnati nel riconoscimento dei diritti alle persone glbt, sta portano avanti un'azione giuridica che è riuscita ad arrivare sui tavoli della Corte Costituzionale , che presto dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Che risultato si aspetta da questa iniziativa? Sarà di qualche utilità al movimento?

«È un'ottima iniziativa, bisogna complimentarsi con chi ha investito intelligenza, tempo e denaro per portarla avanti con successo, fino ad arrivare all'Alta Corte. È bene che si utilizzino tutte le armi a disposizione per minare questa società che si vuole composta da omologati ineguali e il ricorso alla giustizia è una di queste. Nella migliore delle ipotesi, stando anche a quanto dicono amici giuristi, mi aspetto che la Corte Costituzionale inviti il Parlamento a legiferare perché i principi di uguaglianza fra tutte le formazioni sociali venga stabilito anche nelle leggi. Penso che difficlmente potrà e vorrà stabilire motu proprio la validità del matrimonio tra due persone dello stesso sesso».

Il Pride è un punto di contrasto molto acceso all'interno del movimento: una frizione che ogni anno si rinnova con formule, stilemmi ed esiti assolutamente identici. C'è modo, secondo lei, di attraversare definitivamente questo guado?

«Pride cittadini e regionali si tengono ogni anno e con successo in molte località dal Sud al Nord. L'appuntamento nazionale raccoglie l'adesione entusiastica di decine di migliaia di persone e l'impatto sui media e sulla politica nazionali è pressoché lo stesso, indipendentemente dalla città in cui si svolga. Anziché accapigliarsi sul fatto se debba essere sempre nella Capitale oppure no - questione che mi pare interessi poco lo stesso circolo Mario Mieli di Roma – immagino che si dovrebbe cercare di cogliere e valorizzare la grande ricchezza umana, sociale, politica che si manifesta in queste occasioni. Chi si attarda sulla sponda avrà le sue ragioni per farlo, ma il guado lo ha già superato chi partecipa ai Pride ovunque si tengano».

Infine: Arcigay si prepara a un nuovo congresso che ne confermerà o ridefinirà i vertici e gli indirizzi politici. Lei cosa si augura a questo proposito?

«Ho l'impressione che ArciGay si stia muovendo senza una rotta, per improvvisazioni. Nei circoli e nelle strutture nazionali ci sono molte persone che fanno ottime cose e con generosità; ma ArciGay manca di visione, non riesce a focalizzare la propria missione e questo penalizza anche le buone cose che vengono realizzate. All'ultimo congresso sono stato fra coloro che hanno contrastato l'elezione a presidente di Aurelio Mancuso - e non per le questioni da bottegai che leggo su gay.it -; ho condiviso la scelta del direttivo di allora del Cassero che decise di non far parte della segreteria nazionale per marcare la propria distanza. Aggiungo che, a mio modo di vedere, il Cassero dovrebbe uscire da ArciGay, in quanto l'associazione nazionale è appesantita e sostanzialmente irriformabile. C'è necessità di una scossa che rimescoli le carte nel panorama del movimento lgbtq nazionale e locale, e penso che il Cassero dovrebbe contribuire a tracciare strade nuove, anche per quanto riguarda le proprie attività. Sento dire che in ArciGay un nuovo gruppo di persone (e forse non tutte così nuove) e di circoli si appresterebbe a candidarsi alla presidenza nazionale al prossimo congresso. Ma credo che ci si sbaglierebbe se si pensasse di risolvere le questioni sul tappeto solo con un cambio di vertice. Può essere la premessa di un cambiamento necessario, non il punto di approdo».

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